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Papà, sei il benvenuto in sala parto ma…

Riguardo alla presenza del padre in sala parto si è passati dall'eccesso, come accadeva fino a non molti anni fa quando se ne impediva la partecipazione, all'attuale tendenza generale che lo vuole presente quasi obbligatoriamente.

Allora che fare? Come comportarsi?
In primis, occorre rispettare la personale sensibilità del futuro padre.

C'è chi ritiene che gli uomini che sentono spinte contrarie ad assistere al parto sono molti e che farebbero bene ad assecondarle. Infatti, alcuni uomini vedono nel parto un evento che appartiene all’ambito più profondo dell’essere donna e della sua capacità di “dare alla luce” ciò che ha portato in grembo per 9 mesi, e che quindi in tale ambito femminile debba restare (partoriente più ostetrica), con l’unica partecipazione “tecnica” del chirurgo, che in quanto operatore non ne altera la qualità, appunto femminile.

Al contrario, c’è chi ritiene che la presenza dell’uomo in sala parto sia importante e soprattutto ricercata dalle donne non solo per il sostegno morale e la vicinanza in un momento così delicato ma anche per condividere insieme, in quanto futuri genitori, l’evento della nascita del proprio figlio.

Da quanto emerge dai dati dell’ISTAT e facendo una media dei risultati ottenuti, si evince che in Italia il padre è normalmente presente nel corso del travaglio in circa il 60% dei casi e si colloca al primo posto tra le presenze di persone amiche o conoscenti della donna in sala parto.

Bene, papà! Siete i benvenuti in sala parto! Ma cosa succede durante queste fatidiche ore?
A tal proposito sono stati fatti numerosi studi e ricerche che però, come tutte le valutazioni che riguardano il mondo emotivo e sentimentale degli individui, sicuramente non riusciranno appieno a descrivere la complessità del fenomeno.

Certamente il travaglio e il parto conducono il futuro papà attraverso un crescendo di emozioni.
Inizialmente ci può essere un’euforia legata al ricovero in ospedale e all’imminente evento.
Quando iniziano le contrazioni regolari e quindi comincia la fase attiva e dolorosa del travaglio, il partner può essere preso da uno stato di grande agitazione.

Per un uomo abituato ad agire, le doglie possono essere esasperanti perché è spesso molto difficile sapere cosa si può fare: oltre a sostenere la propria compagna durante le contrazioni, rifornirla di cibo e acqua se necessario, e massaggiarla se lo desidera, l'unica cosa che l'uomo può fare è aspettare, focalizzando la propria attenzione sull'evento nascita.

Il compito principale del futuro padre infatti non è quello di fare o di ottenere qualche risultato bensì quello di essere: essere attento ai bisogni della propria compagna, essere fiducioso in lei, nelle sue competenze e nelle sue potenzialità, essere desideroso di seguire le sue istruzioni e pronto ad aiutarla a rispondere ai segnali emessi dal suo corpo.

Ed è questo il messaggio che gli operatori prenatali devono passare ai futuri papà.
Il ruolo più importante e speciale del futuro padre è quello di amare la sua compagna, avere cura di lei e aiutarla ad avere un travaglio sereno, liberando da intrusioni superflue tutto ciò che la circonda.

Questo è il modello ideale a cui tendere. Invece è pur vero che tutte le esperienze forti che ci presenta la vita ci mettono di fronte a reazioni svariate ed a volte inattese che non sono sempre adeguate e positive rispetto alle situazioni che si vengono a creare.

Molti uomini che hanno assistito al parto lo descrivono come uno dei momenti più belli e allo stesso tempo terrorizzanti della loro vita. Attesa, timori e tensione possono crescere fino ad assumere enormi proporzioni eclissando spesso gli impeti di eccitazione legati al desiderio di vedere il bambino atteso così a lungo e facendo emergere soltanto la “mostruosità”che ogni evento grandioso della natura ci prospetta davanti.

Potrebbero anche emergere rabbia e risentimento anche e soprattutto nei riguardi del figlio che in quel momento “sta facendo soffrire” la propria compagna.

Ogni volta che vi sentirete oppressi dai dubbi, ricordate che partecipare al travaglio non è un test per stabilire il vostro livello di abilità nell'aiutare né tanto meno rispecchierà la vostra capacità di amare sia come uomo che come padre". (J. Heinowitz)

Assistere al travaglio e alla nascita del proprio figlio pone un uomo di fronte alle sue responsabilità di marito e di padre. Il dramma intenso che ne deriva può risvegliare in lui reazioni insospettabili esponendo così le sue vulnerabilità e i suoi punti di forza così come le sue speranze e le sue paure.

Molti padri che partecipano al parto hanno dei problemi a relazionarsi all'evento. Alcuni restano pietrificati dalla paura, altri prigionieri di un condizionamento negativo riguardo alla paternità. Altri ancora si avvicinano all'evento nascita con un atteggiamento ambivalente oppure evitano di parteciparvi del tutto.
Vanno sostenuti anche questi padri nella loro scelta, offrendogli l'opportunità di assistere a questo evento ma non forzandoli a tutti i costi.

Da parte di noi operatori del settore è fondamentale passare il messaggio che il non partecipare al travaglio non è una grave calamità, perché la paternità offre altre infinite opportunità di contatto e legame con la propria moglie e il proprio bambino.

Come afferma Franco Baldoni della Facoltà di Psicologia della Università di Bologna, “…nella nostra società si sta verificando una sorta di ‘femminilizzazione’ del ruolo paterno e assistiamo sempre più frequentemente alla sovrapposizione del padre a compiti tradizionalmente materni. Non ci sarebbe niente di male, se questo non si sostituisse alla funzione paterna di base…proteggere la coppia madre-bambino nei periodi più delicati, nei primi mesi di vita, nei primi anni, durante i quali il padre non può sostituirsi alla figura materna”…e continua…”Bisogna però essere realisti. Sarebbe bellissimo che tutti i padri fossero adeguati e capaci di sostenere le loro compagna durante la gravidanza, il parto e i successivi anni di vita del bambino, ma questa è una condizione ideale. Nella realtà dei fatti ritengo che i genitori vadano aiutati a esprimere e sviluppare le proprie capacità, piuttosto che acquisire competenze che sono loro lontane. Mi guarderei bene, per esempio, dall’insistere sulla presenza del padre durante il parto quando questi manifesta un disagio che può portare a comportamenti scorretti. E’ necessario distinguere, perché i padri non sono tutti uguali…”